MUSICA - Esce il nuovo disco della cantautrice irlandese

ENYA
«Canto la natura, non la New Age»

di GIGI VESIGNA
   
    

   Famiglia Cristiana n.48 del 3-12-2000 - Home Page

«Credo che un artista non debba accettare di essere etichettato», dice la trentanovenne cantante e musicista, che nel suo album fa tutto da sola. «Io amo molto i colori del mare, della campagna e della terra. E sono cattolica praticante: spesso entro in chiesa a pregare e ne esco rigenerata».

I primi applausi li ricevette a tre anni e mezzo quando, con i nonni, recitava nel ruolo di Cappuccetto Rosso in una pantomima messa in scena dalla sua famiglia, i Braonain, originaria del Donegal, quella zona dell’Irlanda dove la lingua e la cultura dei Celti sono ancora oggi parte integrante della società. «Recitavo una sera sì e una no», ricorda Enya, «altrimenti mi addormentavo in palcoscenico...».

Uno scricciolo di ragazza che non dimostra i suoi 39 anni, i capelli corvini e gli occhi chiari, accetta quasi sorpresa di parlare di sé, del suo passato, anche se il motivo dell’incontro dovrebbe essere quello di ascoltare il suo ultimo disco, A day without rain, che esce quattro anni dopo l’album The memory of trees.

Eithne Ni Braonain è il nome per intero di quella che, senza volerlo, è diventata la musa dei seguaci della New Age, che hanno definito la sua musica «un insieme di sospiri strumentali e di parole incantate». «È una frase molto bella, ma io non mi identifico nella New Age. Credo che un artista non ami etichette o catalogazioni. Se la mia musica evoca la natura ne sono felice. Io amo molto i boschi, il cielo, i colori del mare. A volte penso che il blu sia il mio colore preferito, quello in cui mi piace perdermi e lasciarmi andare. Ma è solo uno stato d’animo, perché la mia vita è anche piena di verde, quello della mia terra, e di rosso, il colore delle sue passioni».

Enya in gaelico significa fuoco ma, se fuoco c’è in lei, è ben celato dalla tranquillità, dalla serenità che sa comunicarti mentre ascolta le domande e risponde subito, come se non riflettesse. Eppure le risposte sono quelle giuste, perché ti aiutano a scoprire il suo mondo.

  • C’è, nella tua filosofia di vita e nella tua musica, un denominatore comune?

«È la libertà: c’è un pensiero di Apollinaire che mi ha sempre incantato. Dice: "Avvicinatevi all’orlo del burrone. Abbiamo paura. Avvicinatevi all’orlo del burrone. Eccoci, siamo qua. Egli li spinse. Essi volarono". Tutti vorremmo volare liberi, però abbiamo paura. Ma se ci sono persone che ci stanno vicino, che ci trasmettono sicurezza, allora possiamo volare. I miei due collaboratori più stretti, Nick Ryan e sua moglie Roma, mi hanno insegnato a volare e volano con me...».

  • La tua musica, costruita con tecnologie sofisticate, trasmette pace e serenità. Come riesci a mixare tecnologia e poesia?

«Dipende dal metodo di lavoro. Io, Nick e Roma ci comportiamo in sala di incisione come se fossimo in un concerto. E così, da questa specie di comunione, nasce la spiritualità...».

  • Sei cattolica?

«Sì, e mi sento molto vicino all’aspetto spirituale della religione. Spesso entro in una chiesa vuota per dire una preghiera. E ne esco rigenerata...».

Enya sulla copertina dell’album.
Enya sulla copertina dell’album.

La musica di Enya, anche se magari non tutti conoscono il suo volto, perché non fa concerti e appare il meno possibile in Tv, è tuttavia popolarissima. Hollywood l’ha inserita nella colonna sonora di film importanti, come Green card, Cuori ribelli con Tom Cruise, L’età dell’innocenza di Martin Scorsese, e adesso sta per uscire il film con Keanu Reeves, Only time, dove ascolteremo Sweet november. Un suo pezzo, Caribbean blue, è diventato il motivo di un famoso spot pubblicitario.

  • È vero che la tua canzone preferita è Orinoco flow?

«È vero nel senso che è stata la canzone che mi ha fatta conoscere al mondo».

  • Come mai non ti esibisci dal vivo in concerti?

«Perché dovrei portare sul palco con me decine di strumenti per ottenere un’atmosfera che non sarebbe comunque identica a quella dei dischi».

  • Si parla però di una tua partecipazione al prossimo Sanremo...

«È possibile. Ma in questo caso, canterò sulla mia base musicale».

  • Secondo la leggenda, Enya era una dea gaelica condannata a vivere su un’isola perché non si sposasse. In caso di matrimonio, infatti, era destino che il marito le uccidesse il padre... È corretta questa versione mitologica?

«Tanto vera che io non mi sono ancora sposata...». Accompagna la frase con un sorriso dolce e aggiunge: «Credo molto nella mitologia. Da noi, in Irlanda, i nonni raccontano miti e leggende ai più piccini, proprio come da voi le favole. Sono momenti belli, che mi sono rimasti nella memoria».

Quinta di nove fratelli, Enya ha già tracciato, nascendo, un destino da musicista. I suoi nonni suonano, suo padre pure, la mamma insegna musica, i fratelli hanno un gruppo, i Clannad, del quale fa anche lei parte per qualche tempo. «In Irlanda», dice, «ci sono tantissimi concorsi per nuovi talenti di tutte le età e ognuno dei miei fratelli e sorelle aveva una sua scatola di ferro nella quale conservava i premi e le medaglie vinti sul campo».

  • Quindi il tuo destino era la musica?

«Sì, ma solo perché l’amavo: in una famiglia così numerosa e tutta impegnata a far musica era però impossibile farmi ascoltare; così a 11 anni sono riuscita a diventare indipendente. Ho scelto di andare in collegio e dedicarmi alla musica».

Il mondo di Enya è molto particolare: sta ristrutturando un castello vicino a Dublino, dove andrà a vivere. Non sa, o non vuole, parlare della situazione politica del suo Paese. E, almeno a quanto dice, non ascolta musica di nessun tipo, se non quella classica.

  • La musica irlandese, o celtica, ha conquistato il mondo, oltre che con i tuoi dischi con quelli degli U2, Bono, Sinead O’Connor. E, solo un anno fa, Hevia, un musicista spagnolo della Galizia, dove l’influenza celtica è stata molto presente, ha ottenuto un successo mondiale con un album in cui suonava arie celtiche con una magica cornamusa...

«In Irlanda c’è un legame molto forte tra la gente e la musica, che si tramanda di generazione in generazione: e il mondo ha preso coscienza di ciò...».

Dopo aver ascoltato il suo primo album (1988), Watermark, poi il secondo, Shepherd Moons (rimasto per 199 settimane consecutive nelle classifiche del prestigioso giornale di musica Billboard) e il terzo, The memory of trees, par di capire che quest’ultimo, A day without rain, riprende il filo di un discorso cominciato 12 anni fa, che continua a regalare emozioni e serenità. «Enya», dicono gli esperti, «ha fatto della sua carriera un fenomeno globale e un rinfrescante antidoto alle superstar del pop». C’è chi l’ha persino definita un "supermarket del mito", visto che è diventata una delle più costanti venditrici di dischi del pianeta. Con 44 milioni di copie vendute dal 1988, si può dire che Enya è riuscita a vendere una media di 10 mila album al giorno... Ma la giovane signora gentile e apparentemente fragile non ha l’atteggiamento di chi fa collezione di record. Quelli che contano, per lei, sono i premi che ha vinto da bambina e da adolescente, custoditi in una scatola di ferro.

Ci lasciamo con un "arrivederci a Sanremo". Per chi non conosce Enya, quella sarà un’occasione per farlo. E per amare quella sua musica che ha davvero i suoni della natura.

Gigi Vesigna
    

Un giorno senza pioggia

Il titolo del mio nuovo disco, A day without rain, fa riferimento all’umore che aleggia in "un giorno senza pioggia". In Irlanda piove molto in tutte le stagioni! Abbiamo avuto tantissimi giorni in cui non ha fatto altro che piovere. Ma un giorno finalmente il sole è uscito. Ed è stato allora che ho scritto la canzone che dà il titolo all’album, come altro avrei potuto chiamarlo? È vero, io incido pochi dischi, ma fare tutte le vocalità e le armonie richiede un considerevole periodo di tempo. Tutto quello che ascolti nell’album è suonato da me, per questo il processo di produzione si allunga. Rispetto ad altri artisti, spendo molto più tempo in studio.

Enya

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