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Gazzetta d'Alba, n. 30 del 27 luglio 2010

n. 30 del 27-7-2010
Questa settimana
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La guerra di Adolfo
di MAURIZIO BONGIOANNI

 


 

LA STORIA di Adolfo Facello

La guerra di Adolfo

di MAURIZIO BONGIOANNI
 

 

Memoria. Adolfo Facello è morto all’inizio della scorsa settimana a Vaccheria, dove viveva: era uno degli ultimi testimoni della seconda guerra mondiale. Internato in un campo di lavoro in Germania è vissuto, raccontando la sua storia.
La Russia. La prima vera esperienza di Adolfo aveva un nome importante: Russia. E lui si dilungava molto a proposito dei sovietici: «I russi erano bravi, ci trattavano bene. Non come i tedeschi, loro sì che erano cattivi».
  

Adolfo Facello è morto all’inizio della scorsa settimana a Vaccheria, dove viveva: era uno degli ultimi testimoni della seconda guerra mondiale. Internato in un campo di lavoro in Germania, Adolfo ha vissuto ricordando e raccontando l’assurdità di quel periodo, ciò che ha visto e ciò che ha provato, trasmettendo l’importanza della memoria ai suoi figli, ai suoi parenti e a tutti quanti lo hanno ascoltato. Quella che segue è la sua esperienza, raccontata dal dondolo di casa sua, in un pomeriggio d’autunno. La Messa di trigesima si celebrerà il 22 agosto nella parrocchiale di Vaccheria.
 

Quando entro nel suo cortile, Adolfo è seduto sul dondolo e mi attende. Mi saluta da lontano, alzando un braccio secco ma energico. Mi avvicino. Sua figlia mi aveva avvisato del peggioramento della sua salute nell’ultimo periodo ma i suoi occhi trasmettono interesse e forza.

  • «Ciao, Adolfo; sono venuto perché mi racconti qualcosa della tua esperienza nella seconda guerra mondiale. Se non ti dà fastidio», abbozzo. Alza le spalle, come per dire «che problema c’è?».

È una giornata ventosa, passano molte auto sulla statale e lui parla a voce bassa. È difficile farsi capire. Adolfo ha 87 anni – classe 1922 – è nato e vissuto a Vaccheria. I suoi ricordi sono lucidi, non altrettanto la resa del discorso. Ma riesce a trasmettere, con poche parole, uno spaccato storico ricco di elementi. La sua prima vera esperienza si chiama Russia: si dilunga molto su come la pensa a proposito dei sovietici: «I russi erano bravi, ci trattavano bene. Non come i tedeschi, loro sì che erano cattivi».

Nell’immagine a colori Adolfo Facello in primo piano, durante il raduno degli Alpini a Catania nel 2005. Nel riquadro, invece, nel 1938.
Nell’immagine a colori Adolfo Facello in primo piano, durante il raduno degli Alpini
a Catania nel 2005. Nel riquadro, invece, nel 1938.

Era il 1942: si andava da Gomel al Don. Davanti gli Alpini e dietro i tedeschi. Entrambi pochi mesi dopo furono spazzati via dall’Armata rossa. E il suo reggimento fu costretto a ritirarsi a piedi con 50 gradi sotto zero. Era gennaio. Arrivati di nuovo a Gomel si fermarono alcuni giorni, alloggiati in case di fortuna, scuole e magazzini. Da lì nella più piccola Buda, un paese dalle case di legno. Fu qui che incontrarono i primi soldati che arrivavano in ritirata dal fronte, sfuggiti agli attacchi. Da loro ascoltarono gli orribili episodi delle truppe italiane schiacciate dai carri armati.

«Perché dici che sono stati bravi i russi?», chiedo. Adolfo racconta. Durante l’ultimo trasferimento, incontrarono un centinaio di partigiani russi che tiravano una serie di slitte. Su ognuna di queste, un mitragliatore. Ce li avevano davanti, a poca distanza. Non aprirono il fuoco. Se avessero voluto, li avrebbero sterminati. Ma non erano sul fronte, non aveva senso spargere sangue inutilmente. Addirittura, due partigiani lo invitarono a una festa di matrimonio. Non capisco se ci andò oppure no.

«Ma tu sparavi in guerra? ». Sparava, lui. Ma in aria. Non sparava ai russi, per non scatenare la belva. Non riesco a immaginarli. Un reggimento scarso militarmente, spedito senza preoccupazioni, anzi caricato di fiducia patriottica e condannato a una morte certa, per sperare di tornarsene a casa vivo spara mirando al cielo. Andarono via dalla Russia. In quello sfortunato esodo pochi miracolati tornarono a casa. Morirono in tanti, in nome di Mussolini e di quella poca gloria da sbandierare davanti ai tedeschi. In Italia prima la disinfestazione dai pidocchi, poi un periodo di cure, quindi in licenza per un mese. Tornati al paese erano tante le persone che chiedevano dei loro parenti in Russia. Lettere dalla Siberia non ne arrivarono mai. A maggio i "nostri" rientrano al Corpo. La divisione Cuneense era formata da 16.500 uomini. Ne rimanevano 1.200 (queste cifre sono approssimative: per approfondimenti si può consultare la pagina Internet www.cuneense.it/cadutiedispersi.htm o il libro Russia 1942-1943 curato da Romano Marengo, edito dall’Ana di Cuneo).

1943, 8 settembre, il giorno dell’armistizio. Adolfo si trova al Brennero e viene catturato dai nazisti. «Sono in cento, ma riescono a prenderci in 1.500, poiché giunge da Bolzano l’ordine di arrendersi. I tedeschi arrivano con una camionetta. Alziamo bandiera bianca. Parlano con il colonnello e la resa è fatta. Mentre il Re e il Governo fuggono, noi veniamo fatti prigionieri ».

In treno gli italiani vengono deportati nel campo di Limburg. «Che hai fatto, Adolfo?». Adolfo ritrova una quindicina di guarenensi. I tedeschi provano a convincerli a vestire le divise naziste o fasciste della neonata repubblica di Salò. Chissà se qualcuno ha la tentazione di cedere. Da una parte la vita e dall’altra la morte. Da una parte cibo e rientro in Italia, dall’altra fame e lavoro. Ma avrebbero dovuto combattere contro un nemico davanti e uno dietro le spalle che li avrebbe venduti per meno di una patata. Adolfo rifiuta l’offerta. E viene spedito nel campo di Mannheim, dove deve lavorare allo sgombero delle strade dalle macerie causate dai bombardamenti. Poi è la volta della fonderia di Scharbrunca, in Lorena. Produce carri armati. Ci rimane circa due anni, nutrito a patate e brodaglia; arriva a pesare 32 chili. Non poche volte Adolfo è andato a rubare le bucce di patate dall’immondizia per farle cuocere sulla stufa della sua baracca. Perfino, per riposarsi qualche giorno, si fa togliere sei denti sani.

Gli aerei alleati bombardano continuamente. «Una sera radono al suolo la fonderia e il campo va a fuoco». Adolfo si nasconde nei buchi scavati nella roccia da cui traggono la materia prima. Si salva. Quando gli Alleati sfondano la linea Sigfrido, a pochi chilometri, viene trasferito di nuovo a Mannheim, non più come soldato ma come civile. Qui Adolfo fa il muratore e costruisce rifugi. E un giorno trova un buono per trenta quintali di patate in una città vicina. Una fortuna per un gruppo di persone affamate. «Entro in un negozio e il venditore mi dice che non può servirmi. Mi indica un’altra porta, proprio lì davanti. Solo una volta entrato mi accorgo della trappola. È pieno di SS: se mi prendessero con i buoni mi ucciderebbero». Adolfo riesce a uscire dal negozio senza farsi notare e, andando via, scorge sull’uscio quella "brava persona" che lo ha indirizzato là dentro. Fa finta di niente.

«Finalmente gli alleati vi liberano dai tedeschi», dico.

«Gli italiani vengono portati in un campo e nutriti con carne, pasta, latte e biscotti, caffè, frutta, cioccolato; c’erano pure vestiti e sigarette». All’epoca Adolfo ha 23 anni. Arriva a Verona con il treno. Da qui la linea ferroviaria pecca di efficienza. Perciò sale sul cassone di un camion e sfrutta un passaggio fino a Torino. Un altro camion lo porta ad Alba.

Adolfo ci tiene a dire qualche parola di tedesco per mostrarmi come gli sia rimasto in testa. E conclude con un aneddoto: «Durante il tragitto per la Russia, a Cracovia sono certo di avere incontrato quello che sarebbe diventato papa Wojtyla». Ma come fai a esserne sicuro? Mi dice di essersi informato. Ha guardato tutte le serie televisive su di lui. Adolfo è certo di averlo incontrato. «Quando invece elessero Ratzinger, andai dal Vescovo dopo la Messa e dissi: "Per me potevano fare chiunque come Papa, non m’importa. Mi spiace solo che abbiamo scelto proprio un tugnin*!"».

Maurizio Bongioanni

*Così erano chiamati i tedeschi. Gli italiani erano chiamati "Badoglio".