| |
|
Memoria.
Adolfo Facello è morto all’inizio della scorsa settimana a Vaccheria,
dove viveva: era uno degli ultimi testimoni della seconda guerra
mondiale. Internato in un campo di lavoro in Germania è vissuto,
raccontando la sua storia.
La Russia. La prima vera esperienza di
Adolfo aveva un nome importante: Russia. E lui si dilungava molto a
proposito dei sovietici: «I russi erano bravi, ci trattavano bene. Non
come i tedeschi, loro sì che erano cattivi».
Adolfo
Facello è morto all’inizio della scorsa settimana a Vaccheria, dove
viveva: era uno degli ultimi testimoni della seconda guerra mondiale.
Internato in un campo di lavoro in Germania, Adolfo ha vissuto
ricordando e raccontando l’assurdità di quel periodo, ciò che ha
visto e ciò che ha provato, trasmettendo l’importanza della memoria
ai suoi figli, ai suoi parenti e a tutti quanti lo hanno ascoltato.
Quella che segue è la sua esperienza, raccontata dal dondolo di casa
sua, in un pomeriggio d’autunno. La Messa di trigesima si celebrerà
il 22 agosto nella parrocchiale di Vaccheria.
Quando entro nel suo cortile, Adolfo è seduto sul dondolo e mi
attende. Mi saluta da lontano, alzando un braccio secco ma energico. Mi
avvicino. Sua figlia mi aveva avvisato del peggioramento della sua
salute nell’ultimo periodo ma i suoi occhi trasmettono interesse e
forza.
- «Ciao, Adolfo; sono venuto perché mi racconti qualcosa
della tua esperienza nella seconda guerra mondiale. Se non ti dà
fastidio», abbozzo. Alza le spalle, come per dire «che problema c’è?».
È una giornata ventosa, passano molte auto sulla statale e lui
parla a voce bassa. È difficile farsi capire. Adolfo ha 87 anni –
classe 1922 – è nato e vissuto a Vaccheria. I suoi ricordi sono
lucidi, non altrettanto la resa del discorso. Ma riesce a trasmettere,
con poche parole, uno spaccato storico ricco di elementi. La sua prima
vera esperienza si chiama Russia: si dilunga molto su come la pensa a
proposito dei sovietici: «I russi erano bravi, ci trattavano bene.
Non come i tedeschi, loro sì che erano cattivi».

Nell’immagine a colori
Adolfo Facello in primo piano, durante il raduno degli Alpini
a Catania nel 2005. Nel riquadro,
invece, nel 1938.
Era il 1942: si andava da Gomel al Don. Davanti gli Alpini e
dietro i tedeschi. Entrambi pochi mesi dopo furono spazzati via dall’Armata
rossa. E il suo reggimento fu costretto a ritirarsi a piedi con 50 gradi
sotto zero. Era gennaio. Arrivati di nuovo a Gomel si fermarono alcuni
giorni, alloggiati in case di fortuna, scuole e magazzini. Da lì nella
più piccola Buda, un paese dalle case di legno. Fu qui che incontrarono
i primi soldati che arrivavano in ritirata dal fronte, sfuggiti agli
attacchi. Da loro ascoltarono gli orribili episodi delle truppe italiane
schiacciate dai carri armati.
«Perché dici che sono stati bravi i russi?», chiedo.
Adolfo racconta. Durante l’ultimo trasferimento, incontrarono un
centinaio di partigiani russi che tiravano una serie di slitte. Su
ognuna di queste, un mitragliatore. Ce li avevano davanti, a poca
distanza. Non aprirono il fuoco. Se avessero voluto, li avrebbero
sterminati. Ma non erano sul fronte, non aveva senso spargere sangue
inutilmente. Addirittura, due partigiani lo invitarono a una festa di
matrimonio. Non capisco se ci andò oppure no.
«Ma tu sparavi in guerra? ». Sparava, lui. Ma in aria. Non
sparava ai russi, per non scatenare la belva. Non riesco a immaginarli.
Un reggimento scarso militarmente, spedito senza preoccupazioni, anzi
caricato di fiducia patriottica e condannato a una morte certa, per
sperare di tornarsene a casa vivo spara mirando al cielo. Andarono via
dalla Russia. In quello sfortunato esodo pochi miracolati tornarono a
casa. Morirono in tanti, in nome di Mussolini e di quella poca gloria da
sbandierare davanti ai tedeschi. In Italia prima la disinfestazione dai
pidocchi, poi un periodo di cure, quindi in licenza per un mese. Tornati
al paese erano tante le persone che chiedevano dei loro parenti in
Russia. Lettere dalla Siberia non ne arrivarono mai. A maggio i
"nostri" rientrano al Corpo. La divisione Cuneense era
formata da 16.500 uomini. Ne rimanevano 1.200 (queste cifre sono
approssimative: per approfondimenti si può consultare la pagina Internet
www.cuneense.it/cadutiedispersi.htm
o il libro Russia 1942-1943 curato da Romano Marengo, edito
dall’Ana di Cuneo).
1943, 8 settembre, il giorno dell’armistizio. Adolfo si trova
al Brennero e viene catturato dai nazisti. «Sono in cento, ma riescono
a prenderci in 1.500, poiché giunge da Bolzano l’ordine di
arrendersi. I tedeschi arrivano con una camionetta. Alziamo bandiera
bianca. Parlano con il colonnello e la resa è fatta. Mentre il Re e il
Governo fuggono, noi veniamo fatti prigionieri ».
In treno gli italiani vengono deportati nel campo di Limburg. «Che
hai fatto, Adolfo?». Adolfo ritrova una quindicina di
guarenensi. I tedeschi provano a convincerli a vestire le divise naziste
o fasciste della neonata repubblica di Salò. Chissà se qualcuno ha la
tentazione di cedere. Da una parte la vita e dall’altra la morte. Da
una parte cibo e rientro in Italia, dall’altra fame e lavoro. Ma
avrebbero dovuto combattere contro un nemico davanti e uno dietro le
spalle che li avrebbe venduti per meno di una patata. Adolfo rifiuta l’offerta.
E viene spedito nel campo di Mannheim, dove deve lavorare allo sgombero
delle strade dalle macerie causate dai bombardamenti. Poi è la volta
della fonderia di Scharbrunca, in Lorena. Produce carri armati. Ci
rimane circa due anni, nutrito a patate e brodaglia; arriva a pesare 32
chili. Non poche volte Adolfo è andato a rubare le bucce di patate dall’immondizia
per farle cuocere sulla stufa della sua baracca. Perfino, per riposarsi
qualche giorno, si fa togliere sei denti sani.
Gli aerei alleati bombardano continuamente. «Una sera radono al
suolo la fonderia e il campo va a fuoco». Adolfo si nasconde nei buchi
scavati nella roccia da cui traggono la materia prima. Si salva. Quando
gli Alleati sfondano la linea Sigfrido, a pochi chilometri, viene
trasferito di nuovo a Mannheim, non più come soldato ma come civile.
Qui Adolfo fa il muratore e costruisce rifugi. E un giorno trova un
buono per trenta quintali di patate in una città vicina. Una fortuna
per un gruppo di persone affamate. «Entro in un negozio e il venditore
mi dice che non può servirmi. Mi indica un’altra porta, proprio lì
davanti. Solo una volta entrato mi accorgo della trappola. È pieno di
SS: se mi prendessero con i buoni mi ucciderebbero». Adolfo riesce a
uscire dal negozio senza farsi notare e, andando via, scorge sull’uscio
quella "brava persona" che lo ha indirizzato là dentro. Fa
finta di niente.
«Finalmente gli alleati vi liberano dai tedeschi», dico.
«Gli italiani vengono portati in un campo e nutriti con carne,
pasta, latte e biscotti, caffè, frutta, cioccolato; c’erano pure
vestiti e sigarette». All’epoca Adolfo ha 23 anni. Arriva a Verona
con il treno. Da qui la linea ferroviaria pecca di efficienza. Perciò
sale sul cassone di un camion e sfrutta un passaggio fino a Torino. Un
altro camion lo porta ad Alba.
Adolfo ci tiene a dire qualche parola di tedesco per mostrarmi
come gli sia rimasto in testa. E conclude con un aneddoto: «Durante il
tragitto per la Russia, a Cracovia sono certo di avere incontrato quello
che sarebbe diventato papa Wojtyla». Ma come fai a esserne sicuro? Mi
dice di essersi informato. Ha guardato tutte le serie televisive su di
lui. Adolfo è certo di averlo incontrato. «Quando invece elessero
Ratzinger, andai dal Vescovo dopo la Messa e dissi: "Per me
potevano fare chiunque come Papa, non m’importa. Mi spiace solo che
abbiamo scelto proprio un tugnin*!"».
Maurizio Bongioanni
*Così erano chiamati i tedeschi. Gli italiani erano chiamati
"Badoglio".
|