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ATTUALITÀ
- I MONACI DI TIBHIRINE Uomini
e Dei sulla Croisette
di Cristiana Paternò -
foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero
All’ultima
edizione del Festival cinematografico di Cannes ha trionfato il film Des
hommes et des dieux, del regista Xavier Beauvois: un omaggio ai
sette monaci trappisti uccisi in Algeria nel 1996. Un’opera delicata
che mette in scena il trionfo della vita e dell’amicizia sulla morte e
la violenza.
Lasciare
la morte fuori campo può far germogliare la vita. «Anche se un fiore
è nascosto tra le rocce, Dio sa dov’è e dove mandargli la sua luce».
Lasciare la morte fuori campo è la scelta del regista francese Xavier
Beauvois nel raccontare la strage dei monaci di Tibhirine, monastero
trappista sull’Atlante algerino, a Sud di Algeri, che nel 1996, in
piena guerra non dichiarata tra fondamentalisti e Governo, in una
escalation di atti di violenza e dopo che a tutti gli stranieri era
stato intimato di lasciare il Paese, scelsero di restare fino alla fine.
Vennero rapiti dai terroristi del Gia e sacrificarono la propria vita in
circostanze rimaste tuttora oscure. Lasciando al mondo una testimonianza
incancellabile.

Suor Agnès, delle claustrali di Bethléem,
sul terrazzo del monastero di Tibhirine.
Des hommes et des dieux, il bel film che a Cannes ha vinto il Grand
Prix du Jury, non lascia spazio alla morte, non le dà diritto sull’esistenza
umana. Così come fecero i padri, non accettando le assillanti pressioni
del Governo che li invitava a tornare in Francia. Non piegandosi alle
minacce insistenti dei fondamentalisti. E neppure ascoltando le proprie
umane paure. Lasciare la morte fuori campo significa, forse
inconsapevolmente, perché il regista non si dichiara credente ma
oscilla a quanto dice «tra credere in tutto e non credere in niente»,
dare spazio alla scelta di fede e di totale umanità di questi monaci
trappisti che chiamavano «fratelli della montagna» i terroristi e «fratelli
della pianura» i soldati dell’esercito regolare. Miracolo della non
violenza e dignità della fratellanza. Dei sette monaci furono ritrovate
solo le teste mozzate e ancora non è stato chiarito, a distanza di
tanti anni, in quali circostanze siano stati assassinati e se fossero
coinvolti nell’eccidio anche i servizi segreti o i militari. Già nel
2003 i familiari di uno dei monaci e un religioso dell’ordine chiesero
alla giustizia francese di verificare la versione ufficiale del Governo
algerino, mentre più di recente sono emersi alcuni documenti, prima
segreti, che dimostrerebbero un errore dell’esercito locale alla base
del massacro.

Il cortile della trappa.
Spiega il regista, apprezzato autore di film come Le petit
Lieutenant e N’oublie pas que tu va mourir, Premio della
Giuria a Cannes ’95: «Ciò che mi interessava era la storia di questi
uomini, capire chi fossero. Non si sa bene che cosa sia effettivamente
successo, è complicato stabilirlo, anche se personalmente propendo per
la versione dell’abuso militare. Avevo fatto preparare dei calchi di
teste mozzate, ma durante le riprese ho pensato che fosse ridicolo
mostrare l’esecuzione, ho pensato anche alle famiglie e ho preferito
approfittare di questo tempo folle e della neve che scendeva, un
miracolo capitato al momento giusto durante le riprese». Beauvois,
dunque, chiude il film con una scena in cui i sette ostaggi, nelle loro
tonache candide, camminano verso la montagna e si confondono con la neve
che scende fitta attorno a loro. Pochi giorni prima, con la minaccia
incombente e ormai palese, avevano festeggiato il Natale, interrotti da
un’irruzione dei terroristi. Poi avevano consumato una simbolica
Ultima Cena senza parlare, ma ascoltando insieme la musica del Lago
dei cigni.

Il cimitero di Tibhirine.
È
difficile trattenere le lacrime, certo, ma il film rifugge le
"scene madri" e si concentra sulla regola monastica, le
piccole cose dei tre anni precedenti al massacro, quando il ritrovamento
di alcuni operai croati sgozzati comincia a spargere il terrore nella
regione. Beauvois ci racconta la vita quotidiana del monastero, fatta di
lavoro e preghiera: l’orto, il miele, i canti. Soprattutto il contatto
amorevole con gli abitanti del villaggio, una piccola comunità kabila
che condivide con i religiosi cibo, abiti, cure e parole. Tutto tranne
la religione. Ma poco importa, nell’utopia concreta del rispetto e
della convivenza, essere cristiani o musulmani. E la ragazza del
villaggio capisce benissimo quando il monaco, a cui ha chiesto che cos’è
l’amore, le spiega che c’è anche un amore più grande di quello
degli innamorati, che non fa sentire le farfalle nello stomaco ma dà
una direzione stabile.

Una scena del film di Xavier Beauvois
(foto Wild Bunch).
Des hommes et des dieux fin dal titolo, «uomini e dèi», fa suo
un pluralismo religioso che si specchia e si rafforza nella pluralità
antropologica. Più che gli dèi, a volte silenziosi, sono gli uomini a
toccare il divino. Ed è giusto dare spazio a questi otto uomini, quasi
tutti sulla cinquantina e oltre, uno solo dei quali, il più anziano, si
salverà nascondendosi sotto al letto quando i terroristi verranno a
prenderli. Come sono arrivati alla decisione, estremamente sofferta e
meditata, di non abbandonare quell’avamposto di pace in un Paese
insanguinato e tormentato? Non tutti condividono immediatamente la
scelta di restare. Qualcuno istintivamente vorrebbe mettersi in salvo.
Qualcuno semplicemente non ha nessun altro luogo dove andare. Uno è
molto vecchio, un altro vede la sua fede vacillare in un senso di
solitudine e di incertezza, un altro sta male fisicamente. Si riuniscono
attorno a un tavolo, impongono al priore una democratica votazione,
votano due volte. Tutti sono pienamente consapevoli della minaccia di
morte ma anche dell’amore che li circonda. L’amore degli altri
monaci e quello degli abitanti del villaggio, i musulmani, che non sono
certo estranei o nemici. Quelli che l’abbazia ha sempre accudito e
curato. «Noi siamo gli uccelli, ma voi siete il ramo su cui gli uccelli
si posano», dicono saggiamente i contadini in un momento di dubbio per
convincere i monaci a non partire. Del resto l’abbazia e il villaggio
sono cresciuti insieme, due facce della stessa medaglia, due esistenze
che non possono fare a meno l’una dell’altra. La comprensione qui
passa attraverso i gesti della vita di tutti i giorni, i gesti dei
contadini che lavorano la terra o che vendono al mercato i prodotti del
lavoro. Come fanno anche loro col miele dell’abbazia.

La scala del monastero da cui i terroristi
fecero irruzione.
I
volti e l’anima dei protagonisti prendono forma lentamente in questo
film che il critico di Libération ha definito «una cattedrale»,
«un film che trasforma la questione dei monaci di Tibhirine in
questione di cinema. Che si chiede come immaginarli, guardarli,
ricostruirne l’esistenza, evocare l’eternità del monachesimo,
respirare un po’ la loro aria e i loro paesaggi».
Fra’ Luc (uno straordinario Michael Lonsdale) è l’anziano medico
del monastero, che cura con poche medicine e strumenti semplici fino a
150 pazienti al giorno, li consiglia e li ascolta, e loro arrivano da
tutto il circondario. Luc non rifiuta di visitare un terrorista ferito,
pur chiedendo agli uomini armati che lo accompagnano di rispettare i
poveri che aspettano nell’ambulatorio. Spiega Beauvois: «È la scelta
morale che rende universale questa storia scritta da Etienne Comar.
Grazie a lui mi sono immerso nella vita di questi religiosi e mi sono
lasciato sorprendere. In una società egoista come la nostra, è raro
trovare persone che si interessano agli altri, che vivono nell’essere
piuttosto che nel fare. Persone intelligenti, curiose della bellezza
altrui, tolleranti. Che costruiscono una chiesa tra i musulmani e si
occupano di loro e non li abbandonano».

Messa nella cappella.
Si
deve proprio a Etienne Comar l’idea di un film sulla vicenda di
Tibhirine. «Ho letto una prima versione della sceneggiatura e l’ho
trovata molto bella, allora Etienne mi ha confessato che l’aveva
scritta lui», dice Beauvois. «Abbiamo rielaborato insieme il testo per
adattarlo al mio stile. Ovviamente, mi sono ritirato in un monastero e
lì le cose si sono imposte da sole. Al momento di girare una scena, mi
sono reso conto che non c’era bisogno di muovere la cinepresa: erano
tutte inquadrature fisse. Ho fatto miei alcuni principi morali e mi ci
sono attenuto per tutto il film».
Il cuore del film è padre Christian, il priore che guida i fratelli
nella tempesta, che affronta i terroristi dettando lui, uomo disarmato e
all’apparenza inerme, regole ferree di rispetto attraverso l’arte
della parola. Nel monastero non si entra con i fucili, se non volete
deporli, dobbiamo parlare fuori. Studioso del Corano e profondo
conoscitore della religione islamica, Christian ha lasciato un intenso
testamento spirituale, pubblicato dal quotidiano La Croix due
giorni dopo la sua morte, un testamento a cui il film attinge a piene
mani, citandone alcuni brani. Racconta Lambert Wilson, l’attore che
interpreta Christian: «Mi considero credente, anche se non sopporto i
dogmi, ma penso che questo film non parli di religione, ci mostra
piuttosto perché siamo sulla Terra. Per portare amore gli uni agli
altri. Mostra l’essenziale che è la comunicazione tra gli esseri,
indipendentemente dalla cultura, dall’età e dalla religione. La
politica non dovrebbe mai entrare nella religione, che dovrebbe restare
una dimensione totalmente privata». L’esperienza del film, che l’ha
condotto anche a fare un ritiro spirituale di preparazione di tre giorni
e incontrare un religioso, Henry Quinson, che ha fatto da consulente
durante tutta la produzione, sembra averlo toccato davvero: «Anche noi
attori abbiamo vissuto il senso di fusione che provavano i monaci. Ci è
successa la stessa cosa. Specialmente nelle scene di preghiera e di
canto. La liturgia delle ore ha questo potere straordinario di unire e
di elevare. Ci siamo sentiti fratelli».

La valle di fronte al monastero.
I
trappisti seguono la regola di San Benedetto, che li invita all’ospitalità
e alla condivisione, specialmente con i poveri, gli stranieri e i
sofferenti. Anche Michael Lonsdale confessa di aver sperimentato
qualcosa di simile: «Questo film, per me, è una storia d’amore tra i
monaci e gli arabi del villaggio. Nessuno vuole sacrificare niente in
questo mondo, basta guardare a quello che succede in Palestina tra arabi
e israeliani, ma quando finalmente si sacrifica qualcosa si fanno grandi
passi avanti».

Una scena del film
(foto Wild Bunch).
Ancora Wilson: per lui non è stato difficile incontrare fra’
Christian. «Ci sono molte informazioni su di lui, c’è il suo
testamento. Mi sono sentito protetto dalla sua presenza e sono stato
sicuro di aver fatto un buon lavoro quando Henry Quinson mi ha chiamato
per dirmi che ero esattamente come lui. La scena più difficile è stata
quella in cui Christian parla dell’incarnazione: è talmente denso e
profondo che c’è voluto un giorno intero per saper recitare quella
parte, è stato come risolvere un problema matematico. Io faccio tanto
teatro, sono abituato a concentrarmi, ma quella volta ci sono volute ore
e ore per leggere e capire». E ancora sulla convivenza pacifica tra le
religioni, messa qui a repentaglio ben prima dell’11 settembre: «Ho
molti amici musulmani e sono sempre molto colpito dalla ricchezza della
loro fede. Questo film, mostrando la necessità del dialogo tra gli
uomini, rimanda all’essenza unica dell’umanità e ci parla di
fratellanza, ma ci dice anche che la politica non deve entrarci niente
con la religione e viceversa».

Suor Agnès con Yousef, uno degli operai
algerini che lavorano a Tibhirine.
Adesso Des hommes et des dieux è atteso alla prova della
sala. E se Il grande silenzio ha dimostrato come la spiritualità
monastica non fa scappare gli spettatori dai cinema, anzi li ipnotizza
con il suo ritmo lento e avvolgente, Beauvois non ha alcun timore di
come il pubblico potrà affrontare un film così rarefatto, fatto di
silenzi, gesti quotidiani, preghiera e lavoro, che sarà in sala a
settembre in Francia e in autunno in Italia con Lucky Red. Dice dunque
il regista: «Oggi si cerca la velocità, è vero, ma confido nell’intelligenza
degli spettatori, so che possono fare un piccolo sforzo per vedere Des
hommes et des dieux. Questo è un mondo di contemplazione, di
preghiera e di canto. Non vedo perché avrei dovuto dargli un ritmo
diverso». Lonsdale ricorda la grande tradizione francese di film sulla
spiritualità, con nomi come Robert Bresson e Alain Cavalier: «Sono
sicuro che Des hommes et des dieux sarà compreso».
Cristiana Paternò
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