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REPORTAGE
- SAINTES-MARIES-DE-LA-MER In
pellegrinaggio con il popolo
gitano
di
Sara Laurenti – foto di
Diego Zanetti
Ogni
anno, il 24 e il 25 maggio, gli zingari di tutta Europa si ritrovano nel
villaggio di Saintes-Maries-de-la-Mer, nella regione francese della
Camargue, per commemorare le tre patrone del popolo pellegrino per
eccellenza: Santa Sara, Maria Jocobi e Maria Salomé. Una devozione che
risale a tempi molto antichi e che ancora oggi viene festeggiata con
grande fervore e con una fede che va ben oltre il folklore.
Stordita
dal sole capriccioso e intenso di fine maggio, la marea umana dei gitani
si infila come l’acqua che esonda: preme per arrivare a toccare la
Santa Nera, che questo popolo vagabondo ha eletto sua protettrice, quasi
certamente perché le somiglia. La statua viene portata in spalla fino
al mare – a tratti anche da alcune donne zingare – lì da dove è
venuta, come racconta la leggenda, subito dopo la morte di Gesù,
insieme a Maria Jacobi e Maria Salomé, madre degli apostoli Giacomo e
Giovanni. Qualcun altro racconta invece che una di queste Marie fosse la
Maddalena, sbarcata da queste parti, appunto, dopo la crocefissione di
Gesù.

La benedizione del mare, uno dei momenti
più significativi
dei due giorni di festa a Saintes-Maries-de-la-Mer, il pellegrinaggio
che coinvolge i gitani di tutta Europa.
Da ogni parte della Francia, molti dalla Spagna e dal resto d’Europa,
giungono qui rom, sinti, manouche e kalé, tutti gli anni o quasi, per
baciarla, vestirla, incoronarla e acclamarla. Tutti al suo passaggio
gridano: «Vive Sainte Sarah». E per non far torto a nessuno,
qualcun altro urla: «Vives Saintes Maries». La tradizione
racconta che queste pie donne furono abbandonate al largo delle coste
della Palestina, su una barca senza remi, vele e cibo. Con loro c’era
Sara, giovane egiziana dalla pelle scura, loro serva. Lanciato il
mantello nell’acqua, questo, per miracolo, si trasformò in barca,
così Sara poté condurle in Camargue. Il villaggio dove ormeggiarono
prese il loro nome nel 1839: Saintes Maries de la Mer. Qui le donne
vissero insieme e Sara, per aiutarle, mendicò. Tra le tante versioni
della storia c’è anche quella che vuole Sara già presente nel
villaggio quando sbarcarono le due sante. Questo potrebbe far credere
che il culto di una vergine nera fosse già ben radicato in loco. Fin
qui la leggenda. Per la storia bisogna attendere il dicembre 1448,
quando nel piccolo cimitero del villaggio furono scoperti dei crani
disposti a croce e due corpi di donna. Vennero riesumati anche un altare
di terra battuta e una lastra di marmo, che verrà definita «Guanciale
delle Sante», oggi montato in una colonna della chiesa accanto all’altare
delle due Marie. Il loro culto fu consacrato proprio nell’anno del
ritrovamento. Oggi il loro altare è pieno zeppo di ex voto per le
grazie o le guarigioni ricevute. Sara invece non fu mai riconosciuta
santa dalla Chiesa cattolica, forse per il colore della pelle, dunque
figlia di un dio minore. Il suo essere "meticcia" però
alimenta il suo mito, che pare addirittura collegato al culto indiano
della dea Khali o a quello egizio di Iside, perché dove si venerava la
dea c’era sempre una sorgente d’acqua, e lì, sotto la cattedrale,
nella cripta dove santa Sara tutto l’anno attende i pellegrini, fu
scoperta una fonte.

Alcune immagini scattate durante l’ultima
edizione della festa
di Saintes-Maries-de-la-Mer, svoltasi il 24 e 25 maggio scorsi:
il vessillo di santa Sara viene portato fuori dalla cattedrale.
«Questo piccolo villaggio di 2.500 anime di pescatori e agricoltori
oggi non è più lo stesso», racconta Thierry François de Vregille, da
12 anni parroco del paese. «Molti anziani sono morti e qualche famiglia
è emigrata: da un po’ di anni sono venuti ad abitarci commercianti e
ristoratori e il turismo ha modificato l’identità del posto. Oggi si
è meno legati alle tradizioni e più agli affari, e si è perso lo
spirito originario dell’accoglienza verso i gitani e il loro folclore».
È
la messa solenne ad aprire i festeggiamenti sacri. Quelli profani,
invece, sono già iniziati da qualche giorno. Durante la cerimonia
scendono i reliquiari delle due Marie dall’alta volta dell’abside.
Le candele accese illuminano l’ambiente antico: tutti cantano e
pregano alzando braccia e ceri verso l’urna. Non è ancora arrivato
però il momento delle due Marie. Oggi è di scena santa Sara: il flusso
di devoti che esce dalla cattedrale non si ferma e in migliaia attendono
fuori. Circa 40 mila persone formano la solenne processione che si
riversa in ogni vicolo del paese e a tratti si confonde a turisti e
curiosi. Alla testa del corteo ci sono i guardians a cavallo, i cowboys
della Camargue. E poi decine di stendardi, più o meno preziosi, che
raccontano la devozione alla Santa Nera.
Molte gitane, grandi e piccole, per l’occasione sono vestite a
festa. Le più anziane, spesso con il viso tatuato, esibiscono fiere le
loro lunghe gonne a campana e gli scialli colorati. Le più giovani,
altrettanto orgogliose, esaltano la loro provocante femminilità. Ognuna
immancabilmente agghindata con collane e enormi pendenti d’oro. Per
tutto il solenne corteo, i musicisti cantano melodie zigane accompagnati
dal suono di violini e chitarre.

I cavalieri che precedono la processione
entrano in acqua.
La
spiaggia è a pochi passi. Il momento tanto atteso è arrivato. C’è
già una massa accaldata di persone stipata sulla battigia e le dighe
che si spingono nell’acqua sono stracolme. La processione entra in
mare: i cavalli esitano per il fondo cedevole, gli scalzi portatori
della statua anche, ma, noncuranti, invocano con fervore la santa e il
suo potere. C’è chi piange e alza le braccia al cielo quasi ad
attirare su di sé tutta la sua attenzione. La Santa Nera è al centro
della scena nell’acqua: anche i turisti le si appressano per toccarla
o per mandarle un bacio da più vicino possibile. È un’atmosfera di
gioia e turbamento: le lacrime si mescolano alle risa. L’acqua,
simbolo di purificazione e rinascita, sembra dare leggerezza, quasi a
liberare le anime dei presenti dal peccato.
Sul
sagrato della chiesa, rientrato il sacro corteo, c’è anche il
vescovo, monsignor Christophe Dufour, da pochi mesi alla guida della
diocesi di Aix-en-Provence. Dopo aver presieduto la celebrazione, si
ferma ad ascoltare le musiche gitane e l’atmosfera gioiosa che le
accompagna. «Ho pregato molto per prepararmi al pellegrinaggio»,
spiega. «Attraverso questa festa, i gitani manifestano la loro fede:
sono loro, gente emarginata tutto l’anno, che ci aiuta a convertirci.
Spesso vado a trovarli in tutta la diocesi: sia chi da tempo è qui,
ormai stanziale, sia chi è arrivato da poco. Ho anche invitato i
seminaristi a trascorrere una settimana tra questo popolo, durante la
festa dei gitani, e a conoscerli. La Chiesa deve essere mezzo di unità,
strumento di fratellanza e trait d’union tra i diversi gruppi
etnici per superare pregiudizi e tabù. E se per primi non ci apriamo
alla diversità, non saremo mai testimoni credibili».

Un tipico carro gitano trainato da cavalli.
Melodie note risuonano ovunque fino a notte fonda: i musici
accompagnano danzatori per caso, che ballano senza imbarazzo: giovani e
vecchi, amici e sconosciuti, gitani e turisti. Non sembra esserci
differenza tra gli uni e gli altri e nemmeno pregiudizi, nessuna
distanza. Nella folla si sente parlare spesso in italiano: di gitano non
hanno nulla, sono giovani in cerca di qualche avventura originale. Ci
sono anche molte coppie di mezz’età che quasi ogni anno vengono qui e
non solo per la festa religiosa. La Camargue, d’altronde, ha un
fascino unico: è la regione dove sfocia il Rodano, il suo delta crea
vasti canneti, bianche saline e sconfinate praterie dove vivono allo
stato semi-brado tori e cavalli bianchi e dove si possono osservare da
vicino i fenicotteri rosa. Un posto così seducente, che Van Gogh
immortalò sulle sue tele insieme agli spiriti liberi dei suoi più
assidui visitatori: gli zingari.
Il giorno seguente tocca alle Santes Maries, le patrone della città.
Si ripete la cerimonia in chiesa, ma stavolta si riesce a respirare
nella navata. Alcuni gitani hanno preferito il mercato alle sante:
sperano di «prendere la giornata», vista la folla che gremisce il
piccolo villaggio di case bianche e basse. I giovani, e soprattutto le
giovani, approfittano di quest’occasione per sfoggiare le loro silhouette,
esaltate dai loro abiti più seducenti, e mettersi in mostra per un
futuro fidanzamento. «Questo, a volte, è l’unico modo per conoscere
ragazzi fuori dal loro clan, allontanando così il pericolo della
consanguineità», racconta il parroco.

Invocazione alle due Marie in cattedrale .
Alla
processione partecipano le arlesiennes, le donne delle famiglie
di Arles, poco distante da qui, nei tipici costumi locali che fanno
rivivere un’atmosfera di fine Ottocento. Ancora una volta i cavalieri
camarguesi aprono la solenne cerimonia che arriverà al mare, lì dove
la storia delle sante è sbarcata in Occidente. «Andare al mare è come
andare incontro alle sante che sono arrivate da lì», dice un
cavaliere. Alcuni portatori sono gli stessi del giorno prima: devono
aver fatto un voto solenne e impegnativo. Sfilano anche parecchi
sacerdoti venuti da tutta la diocesi o da più lontano. Come il giorno
prima, procedono solenni insieme al vescovo.
Ancora una volta, l’atmosfera nell’acqua è intensa. Tutti
invocano a voce alta le due sante "nobili", e le vogliono
toccare, quasi a rubare un po’ della loro energia prodigiosa. La
processione dopo poco ritorna in chiesa. Le due statue vengono poste ai
piedi dell’altare. Chi arriva in chiesa per un ultimo saluto o perché
non ha preso parte alla processione, le bacia o le accarezza come
fossero vere e non dimentica mai di fotografarle. Lo stesso avviene
nella cripta dove troneggia la statua di santa Sara,
"infagottata" per le decine di centinaia di mantelli e vestiti
di seta che le sono stati messi addosso durante il solenne corteo del
giorno prima. Nella cappella sotterranea il flusso di pellegrini è
costante, nonostante si respiri a fatica: l’ossigeno è mangiato dalla
miriade di lumi incandescenti. Il soffitto basso non fa che aumentare la
vampa di caldo e di oppressione ma i fedeli non ne sembrano infastiditi:
in fila aspettano il loro turno per affidarsi all’eletta e sperare in
una grazia. Tra questi c’è Maria Teresa, che sembra gitana: «Sono
calabrese e sono venuta a trovare mia nipote, che è gitana e vive a
Nizza», racconta in dialetto stretto.
Se la processione delle due Marie è molto antica, quella del 24
maggio, dedicata a Sara, è nata solo nel 1935. Grazie al marchese
Baroncelli, che per rimanere in quel luogo vendette il titolo nobiliare,
santa Sara fu accettata dalle istituzioni civili del tempo e ottenne
anche l’appoggio della Chiesa. «Dobbiamo a lui se abbiamo un luogo
per poterci radunare ogni anno», dice Xavier, chitarrista rom. «Per
noi ha fatto molto, era un amico».

La statua di santa Sara viene portata
fuori dal duomo.
A
organizzare questi giorni di festa è la parrocchia di Saintes Maries
con diverse centinaia di volontari insieme al Servizio dei Gitani.
«Mai come quest’anno si è vista tanta partecipazione», dice Anna,
una volontaria della comunità. La veglia di preghiera in chiesa si
conclude con la "risalita" delle due teche nella cappellina
dietro la volta dell’abside. Come sono state calate, altrettanto
solennemente vengono risollevate a quindici metri sopra l’altare.
Il popolo dei fedeli inneggia alle sante e le loda. Molti vogliono
toccare per l’ultima volta i santi reliquiari sui quali sono dipinte
le scene dello sbarco e tengono sollevate le candele accese finché la
cassa non sparisce in alto. Si sente la trepidazione dei devoti che, fin
dal XV secolo, ripetono gli stessi gesti. In realtà, nel 1794 le teche
originali vennero bruciate dai rivoluzionari (in seguito ricostruite
fedelmente da un artigiano locale). Una parte delle reliquie, però,
sarebbe stata messa al sicuro nottetempo dal parroco e da alcuni fedeli.
«Nell’anno del Giubileo, abbiamo cambiato il rito: il vescovo,
insieme a santa Sara, arrivava dal mare in barca e benediva la folla
orante», racconta ancora il parroco. «Abbiamo ricevuto molte critiche:
per qualcuno cambiare la tradizione corrispondeva a un sacrilegio.
Allora siamo tornati all’antica usanza e nessuno si è più lamentato»,
sorride il religioso.

Il vessillo con le due Marie durante un
momento della processione
a Saintes-Maries-de-la-Mer.
«I
molti gitani convertiti di recente sono veramente legati a questo
pellegrinaggio e dimostrano in tutti i modi la loro fede», spiega
ancora. «Spesso, questo è il primo di una serie di pellegrinaggi che
compiono nell’arco di un anno in tutti i santuari della Francia. Vanno
anche a Saint Jean, ad Avignone, a Lourdes, a Notre Dame de Lau, a Mont
St. Michelle e altri. E così ogni anno. Qui si riuniscono le famiglie
che magari sono sparpagliate per l’Europa», racconta. «Quante
persone chiamano e ringraziano per la fede che hanno visto. Una coppia
di Parigi mi ha fermato e mi ha espresso la propria commozione per le
intense processioni e per la fede che qui si celebra. Una signora di
Bordeaux mi ha telefonato e commossa ha espresso la sua gioia per essere
stata presente all’evento solenne».
Sullo spiazzo davanti alla cattedrale continua la festa. Due
sacerdoti, ora in borghese, sono seduti sulle panchine a fumare e
osservare l’allegria tutt’intorno. «I gitani ci ricordano la nostra
"temporaneità" sulla terra e anche per questo motivo tendiamo
ad allontanarli», racconta Jean Marie Eyroi, cappellano che si occupa
di particolari gruppi. «Sono parroco di zingari, handicappati e
alcolizzati nella città e mi basta», ride.

Cavalieri camarguesi "scortano"
il vessillo di santa Sara
mentre entra in acqua.
È
prete da 37 anni a Perigueux in Dordogna. Un cane sciolto: «Ho fatto l’agricoltore,
il commerciante, e a 30 anni ho conosciuto la Bibbia, ho studiato
teologia e sono diventato prete», sintetizza senza fronzoli. Ci tiene a
raccontare la sua esperienza tra i gitani: «Gli zingari danno un
diverso valore a ciò che li circonda. Sono molto più affezionati alle
cose che alle case, anche perché molti di loro sono stanziali solo d’inverno;
poi da febbraio se ne vanno in giro vendendo quello che hanno recuperato
i mesi precedenti», spiega. Accanto c’è anche un suo amico, prete
anche lui, un colosso: Gilbert, di Bordeaux, che vive da un po’ di
anni con una famiglia di gitani rom formata da padre, madre e due figli.
«È una scelta radicale. Ognuno ha i propri ruoli in famiglia: io sono
come uno zio. Anche le spese vengono equamente divise. Non sento mai la
solitudine, che in genere è un vero tormento per noi preti. In questi
anni ho imparato la tolleranza e l’accoglienza: solo stando con le
persone si impara a condividere. Oggi il mondo non accetta la
diversità. Invece i gitani sono molto ospitali e cordiali e ti
rispettano». Accanto a Gilbert c’è Nina, sulla settantina, delegata
per i gitani di Bordeaux. «Padre Gilbert è la nostra guida spirituale,
una presenza fondamentale per la nostra comunità», dice fiera.
Alcune donne gitane lì vicino mendicano, altre, vestite con abiti
succinti, ma poco attraenti, non predicono più la sorte, come facevano
fino a pochi anni fa, ma, se non le fermi in tempo, ti appuntano al
petto una spilla di santa Sara per cinque euro, soprattutto per la buona
sorte che questa porta con sé. Il ballo nelle strade del villaggio non
si ferma. Le bambine e le madri sono accompagnate dalla chitarra di
fratelli o padri; flamenchi improvvisati animano le strade e, all’imbrunire,
anche gli accampamenti delle bianche roulotte di questo "popolo del
vento". «Sono venuto anch’io con il mio camper e qui ci sono dei
miei parrocchiani», racconta ancora Jean Marie, che ci invita ad
andarlo a trovare dove si è temporaneamente fermato. Ormai l’enorme
spiazzo si è quasi svuotato: ci sono solo pochi caravan. Ancora una
volta il viaggio ricomincia: tutti s’incamminano verso casa con la
promessa nel cuore di ritornare a trovare le sante, puntuali come ogni
anno, per rivivere questo momento di fede. E ritrovare gli amici di
sempre.
Sara Laurenti

Al termine della processione, una
donna gitana raccolta in preghiera
"abbraccia" il reliquiario
delle due Marie, prima che la teca venga
finalmente sollevata nuovamente sopra l’altare.
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Il popolo del vento
"soffia" sull’Europa
Con
il nome di zingari, tzigani o gitani, si è
soliti indicare popolazioni nomadi di diverse etnie che però oggi,
solo in minima parte, sono senza fissa dimora. Al di là delle
differenze, questi popoli usano lingue di origine neo-indiana.
Secondo vari studiosi, quando si parla di questi popoli, il termine
corretto sarebbe romaní. In Europa sono presenti diversi
gruppi etnici: rom (Europa centro-orientale), sinti (Francia,
Germania, Spagna e nord Italia), manouches in Francia, kalé
(principalmente in Spagna), romnichels del Galles (poche famiglie
rimaste). Ci sono però anche popolazioni non indiane spesso
accomunate sotto la parola zingari: gens de voyage o gitans
(Francia), jenisch (Germania), minceir (Irlanda), tattaren
(penisola scandinava).
I romaní di solito adottano la religione professata dalla
nazione in cui vivono. La maggioranza è cristiana: cattolica per lo
più in Ungheria, Italia, Spagna, Francia, Polonia, Austria,
Croazia. Nel nord Europa sono protestanti; in Serbia, Russia,
Romania, Bulgaria, Grecia, invece, ortodossi. Una piccola minoranza
è musulmana, specialmente in alcune zone della Bosnia, Macedonia,
Kosovo e nei Paesi islamici, dove, però, sono poco presenti. Da
segnalare che negli ultimi anni, un po’ ovunque in Europa, tra
queste genti ha preso piede la Chiesa evangelica. Essi, tuttavia,
spesso rielaborano queste religioni attraverso i concetti mitici
propri della loro cultura.
Secondo il Consiglio d’Europa, nel continente europeo vivono
tra i 10 e i 12 milioni di gitani. Al centro e nell’est Europa
(Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia) sono addirittura
fino al 5% della popolazione. La Romania è il Paese con il maggior
numero di romanì: nel 2002 ne erano registrati tra il
milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Bulgaria, Spagna e
Ungheria hanno ciascuna una popolazione di circa 800 mila; Serbia e
Repubblica Slovacca circa 520 mila, Francia e Russia tra i 340 e 400
mila. Nei restanti Paesi le presenze maggiori si contano nel Regno
Unito (300 mila unità), Macedonia (260 mila), Repubblica Ceca (300
mila), Grecia (350 mila), Germania (130 mila). Secondo gli ultimi
dati dell’Opera Nomadi, in Italia ci sarebbero 160 mila tra rom e
sinti. Di questi, 70 mila hanno cittadinanza italiana e 90 mila
provengono dai Balcani. L’Italia è tra i Paesi europei con la
più bassa percentuale di rom/sinti (0,3%: al 14° posto nell’Ue).
L’età media è tra i 40 e i 50 anni e c’è un’alta
percentuale di bambini (il 60% ha meno di 18 anni).
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La piazza del duomo di
Saintes-Maries-de-la-Mer affollata di fedeli.
| La
Chiesa in prima linea a fianco dei gitani
«Da
sempre la Chiesa s’impegna per la difesa della dignità e dei
diritti degli zingari, ricordando allo stesso tempo a queste
popolazioni i loro doveri civili». Lo dice monsignor Agostino
Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per la pastorale
dei migranti e gli itineranti. Il delicato tema è stato discusso
all’incontro dei direttori nazionali della Pastorale dei gitani
in Europa lo scorso marzo a Roma.
«La Chiesa è partecipe alla vita di queste popolazioni con
una pastorale specifica, che tiene conto delle loro identità
culturali e rispetta la loro diversità, come sollecitato dal
Concilio Vaticano II», spiega ancora il responsabile. «In quasi
tutti i Paesi europei sono stati creati adeguati uffici e
strutture, dove sacerdoti e responsabili pastorali sono a
disposizione per un’assistenza spirituale costante. Il loro
numero varia da Paese a Paese. In Francia, per esempio, ci sono
più di 100 operatori, tra cui due sacerdoti, alcuni diaconi
permanenti, accoliti e lettori di etnia manouche. Molti di loro
vivono come queste popolazioni, abitano in roulotte nei campi rom
e danno vita alle cosiddette "comunitponte". Solo in
questo modo si partecipa alle loro pene e preoccupazioni
quotidiane e si riescono a creare legami forti di solidarietà e
fratellanza».
L’attenzione della Chiesa verso questi popoli è evidente
però anche con le tante congregazioni e istituti religiosi
impegnati nell’evangelizzazione e in attività ad hoc volte al
loro sviluppo integrale. Né bisogna dimenticare l’opera dei
sacerdoti, religiosi, religiose e diaconi (sono oltre cento nel
mondo) che hanno origine gitana.

Il vessillo di santa Sara viene
portato in acqua dai fedeli
in processione.
«È indispensabile comunque avere sempre in mente quanto ci
dice Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate»,
chiarisce Marchetto. «I progetti e le proposte che facciamo non
devono offendere i poveri. Non di rado ci si dimentica che i
gitani sono persone con una propria sensibilità».
Secondo Marchetto, non tutti i vescovi e i parroci sentono
questa urgenza d’impegno. «Il nostro obiettivo è cercare
modalità nuove per incoraggiare un reale coinvolgimento delle
Chiese locali, delle diocesi e delle parrocchie nella pastorale di
questi popoli, favorendo una stretta collaborazione con loro. Ci
sono diocesi, infatti, che sono state capaci di dare vita a
commissioni composte da rappresentanti zingari. Un’altra, per
esempio, ha aperto uno "sportello rom e sinti" dove si
dà loro la possibilità di accedere a progetti di microcredito,
non certo una forma di assistenzialismo nei loro confronti».
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