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INTERVISTA - PIERBATTISTA PIZZABALLA

Custodi del futuro
di
Giampiero Sandionigi
  

Da otto secoli i frati minori della Custodia di Terra Santa presidiano i principali santuari cristiani in Medio Oriente, in particolare in Israele e Territori Palestinesi. Fra Pierbattista Pizzaballa, confermato per altri tre anni alla guida della Custodia, parla del dialogo, difficile ma necessario, con i fratelli ebrei. Se si vuole mantenere la memoria, ma anche progettare un futuro migliore.
   

Da otto secoli presidiano per conto della Chiesa cattolica i principali santuari cristiani nei luoghi della vita terrena di Gesù. Sono circa trecento, di varie nazionalità, i frati minori che la Custodia di Terra Santa dispiega in Israele, Territori Palestinesi, Giordania, Libano e Siria (ma anche Cipro e Grecia, estreme propaggini del sud-est europeo). All’accoglienza dei pellegrini affiancano da sempre anche l’assistenza pastorale, e non solo, ai cattolici locali, per lo più palestinesi. Fino al 1847 – quando la Santa Sede ristabilì il Patriarcato latino di Gerusalemme ponendovi alla testa un vescovo e favorendo la creazione di un clero locale da cui ha attinto gli ultimi due patriarchi (l’attuale, monsignor Fouad Twal, e il predecessore, Michel Sabbah) – il custode di Terra Santa era la più alta autorità ecclesiastica latina in quel lembo di terra. Ma ancora oggi a Gerusalemme il provinciale dei Frati minori gode di grande autorevolezza.

Suora davanti a un arazzo, nella Gerusalemme vecchia.
Suora davanti a un arazzo, nella Gerusalemme vecchia
(foto B. Armangue/AP /La Presse).

L’attuale padre custode è fra Pierbattista Pizzaballa, riconfermato per altri tre anni alla guida della Custodia il 22 maggio scorso, dopo un primo mandato iniziato nel 2004, quando aveva 39 anni. Molto stimato e dotato di una notevole capacità di comunicazione (in varie lingue, tra cui l’ebraico), Pizzaballa è nato a Cologno al Serio, cittadina alle porte di Bergamo, ma ha lasciato casa sin da bambino e già da ragazzo ha intrapreso il percorso di formazione tra i frati della provincia dell’Emilia Romagna, a cui giuridicamente ancora appartiene. Prima di assumere l’attuale ufficio, ha lavorato per anni tra il piccolo gruppo di cattolici ebreofoni che vivono in Israele. Una sensibilità, la sua, verso il mondo ebraico che ha generato anche qualche equivoco: tra i cristiani arabi di Terra Santa riecheggia ancora la voce, messa in giro nel 2004, che egli discenda da ebrei. Cosa che Pizzaballa non può che smentire con un sorriso.

Fra Pierbattista Pizzaballa.
Fra Pierbattista Pizzaballa
(foto Image/Periodici San Paolo).

  • Padre Pizzaballa, lei è frate minore da ormai 25 anni. Nel cammino che ha fin qui percorso, quali passaggi ritiene particolarmente cruciali?

«Quando ero giovane frate la Terra Santa non esercitava alcuna attrattiva su di me. Determinante è stata la decisione dei superiori di mandarmi a studiare teologia biblica a Gerusalemme subito dopo esser diventato prete, nel 1990. Per me fu un totale stravolgimento di prospettive, ma anche una grande lezione di fede e di vita spirituale. I primi anni in Terra Santa furono duri: c’era ancora la prima intifada, seguita dalla guerra del Golfo. Nella solitudine tremenda di quel periodo iniziale allo Studium Biblicum Franciscanum, accompagnato dalle persone giuste, cominciai a ripensare la mia personale vocazione laggiù. Tre anni più tardi venni inviato a studiare all’Università ebraica di Gerusalemme e quello fu un altro choc. Fino ad allora il mio rapporto con il mondo non cattolico era stato saltuario. Avevo vissuto chiuso nel mio ambiente religioso, cattolico, francescano e di colpo mi ritrovai calato in una realtà completamente diversa, estranea, quando non ostile, al mondo cristiano e cattolico. Anche quello, all’inizio, fu un momento molto difficile. Oltretutto quando leggevo la Bibbia insieme con gli ebrei, non riuscivo a capire il loro metodo e approccio. Poi c’era il confronto con la letteratura rabbinica, a me totalmente sconosciuta. Infine il rapporto con i professori e gli altri studenti. A poco a poco anch’esso divenne una sfida e un motivo di arricchimento. Dichiarai subito d’essere un frate e ciò creò all’inizio un po’ di freddezza, ben presto trasformatasi in confidenza. Si dialogava su tutto. Gli altri studenti erano giovani religiosi ebrei, per lo più coloni. I discorsi andavano sempre a finire su questioni di fede. E devo dire che erano scambi molto profondi. Non c’era ostilità, ma semmai desiderio di capire. I miei compagni erano interessati a comprendere la mia personale esperienza di fede. Doverla spiegare a un ebreo che non ha dei punti di riferimento cristiani per me non era semplice. Le cose che dicevo non le capivano perché eravamo privi di concetti comuni. In un certo senso ciò mi costrinse a ripensare la mia esperienza di fede. Non potevo rifarmi alla risposta da manuale, dovevo mettermi in gioco in un rapporto sincero. Era un compito per il quale mi sentivo inadeguato e che mi mandò in crisi».

Interno della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
Interno della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme
(foto Vision/Periodici San Paolo).

  • All’interno della sua fraternità aveva modo di parlarne?

«Questa era l’altra difficoltà. In comunità queste cose non erano comprese e io mi sentivo una mosca bianca. Oggi è diverso, ma allora era così. Potevo sì parlare con i professori e i frati, ma senza andare tanto a fondo. Probabilmente fui incapace io di tirar fuori le questioni nel modo giusto».

  • Dunque, in quella fase, si sentiva estraneo su due fronti...

«Sì. Questo mi ha caratterizzato per molto tempo – forse anche oggi – ed è stato sempre origine di molte incomprensioni. Viene forse da qui anche l’idea che io sia ebreo. Lo sforzo che ho compiuto mi ha aiutato a entrare nel modo di pensare ebraico. Per molti anni quella è stata la mia esperienza e il mio modo di esprimermi, di pensare e ripensare la mia fede».

Il patriarca di Gerusalemme, Fouad Twal.
Il patriarca di Gerusalemme, Fouad Twal
(foto T. Todras-Whitehill/AP/La Presse).

  • Si sente cambiato dopo tanti anni vissuti in Terra Santa?

«L’esperienza che ho descritto mi ha donato una maggiore facilità nel comprendere le persone e le diverse mentalità. Anche perché dentro di me sono riuscito a creare una distinzione, forse non sempre facile, tra ciò che veramente appartiene alla fede e ciò che invece è più un bagaglio culturale occidentale. Ciò vale anche in rapporto alle Chiese d’Oriente, cattoliche od ortodosse che siano. Sono diventato meno critico e più cosciente della mia storia di occidentale e delle conseguenze, vive ancora oggi, che essa ha creato in quella regione. Ho compreso meglio certe paure non espresse delle Chiese orientali nei riguardi dell’Occidente».

  • Le restano ancora tre anni alla guida della Custodia di Terra Santa. Come guarda all’esperienza del primo mandato da poco concluso? Quali erano le attese? Cosa è riuscito a realizzare?

«Avevo certamente aspettative e progetti. Alcuni si sono rivelati realisti, altri no. Non è facile interpretare le attese dei frati. Se non ti sono chiare rimani nell’insicurezza, come è successo a me nei primi anni del mio mandato. Non conoscevo bene la Custodia. M’ero fatto delle idee nei quasi 14 anni di esperienza in Terra Santa, che però avevo trascorso più che altro a Gerusalemme. Ho puntato a realizzare una forte e buona relazione con i frati, cercando anche di andare incontro al senso di solitudine che in Medio Oriente caratterizza la nostra vita. C’era anche il desiderio di ristrutturazione e semplificazione della macchina organizzativa; di aggiornare i criteri di accoglienza e di formazione dei religiosi. E infine di far conoscere meglio al mondo la Custodia e il suo patrimonio positivo. Erano queste le cose che mi prospettavo e ho constatato che non erano poi così scontate. Nel rapporto coi frati mi ci è voluto del tempo per capire che uno dei compiti principali di un superiore non è tanto quello di risolvere i problemi. Ciò che i frati si aspettano è innanzitutto una presenza. Si tratta di incoraggiare e stare dentro le questioni che non si possono risolvere. Non sempre c’è una soluzione ai problemi di personale, di organizzazione, di vita fraterna, di attività pastorale e di custodia dei santuari. Alcune cose di quelle che avevo in testa sono state fatte, molte altre no. Ma capisco che, soprattutto in Medio Oriente, i tempi non sono quelli che decidiamo noi. Forse il mio compito non è dare le risposte, ma suscitare le domande. Penso di aver dato un contributo».

Ebrei ultraortodossi, nel Nord di Israele, danzano nella festività religiosa di Lag Ba'omer.
Ebrei ultraortodossi, nel Nord di Israele, danzano
nella festività religiosa di Lag Ba’omer
(foto O. Balily/AP).

  • Veniamo al tema del Sinodo sul Medio Oriente che si svolgerà a ottobre in Vaticano. Cosa è realistico attendersi?

«Ho imparato a non darmi attese eccessive, a lasciarmi stupire. Non dobbiamo aspettarci decisioni operative immediate. Credo che il Sinodo sarà comunque una pietra miliare nel cammino delle Chiese di Terra Santa. Sarà la prima volta che queste Chiese si riuniranno con il Papa per riflettere e fare una discussione comune e ampia. L’esito ci dirà chi sono queste Chiese. Mi auguro che questo percorso porti a una maggiore comunione tra tutte le Chiese del Medio Oriente che sono tantissime e ricchissime, ma ciascuna va un po’ per conto suo. Bisognerà rispondere anche alla domanda su cosa significhi essere cristiani in Terra Santa oggi e non cent’anni fa».

  • A quali altre domande bisognerebbe prestare più ascolto?

«Dovremmo poter ascoltare di più la gente. Ci sono domande precise e tipiche di ogni contesto: quelle dei cristiani di Iraq e Iran sono diverse da quelle di chi vive in Israele o nei Territori Palestinesi, in Libano e Siria. I giovani, poi, stanno cambiando ovunque. Hanno sempre meno bisogno di una "Chiesa-Stato sociale" e più di una Chiesa testimone. Hanno bisogno di motivazioni. Non dobbiamo dimenticare che, pur escludendo alcuni contesti, i giovani mediorientali intellettualmente stanno crescendo molto, con l’accesso all’università e a una molteplicità di stimoli e confronti. Forse la Chiesa su questo versante fatica a stare al passo».

Operai israeliani al lavoro per l'arrivo del Papa, nel maggio del 2009.
Operai israeliani al lavoro per l’arrivo del Papa, nel maggio del 2009

(foto
AP/La Presse).

  • È stato sollevato più volte il tema del rafforzamento della comunione ecclesiale in Medio Oriente. Perché lo avvertite come un particolare bisogno?

«Noi cristiani siamo pochi e compositi. Non dico divisi, dico compositi. Siamo tante Chiese diverse (solo a Gerusalemme le comunità cattoliche sono tredici) che fanno capo a leader religiosi diversi. È inevitabile una sorta di frammentazione. In Medio Oriente ogni leader religioso vuole essere "il" leader. Questo influisce sulle dinamiche di relazione e produce anche una frammentazione delle energie. In Terra Santa si è avviato un lavoro comune in ambiti come la scuola e la catechesi, ma non tutte le Chiese collaborano e siamo comunque agli inizi. Bisogna trovare un sano equilibrio tra autonomia e fedeltà alla propria storia e la necessità di mettere in comune le risorse».

  • Parlando della basilica del Santo Sepolcro, lei usa spesso l’immagine del condominio dove i religiosi che vi coabitano vivono un ecumenismo molto concreto...

«Il Medio Oriente e la Terra Santa in particolare sono una grande scuola. La realtà ci obbliga a fare i conti con ciò che siamo, noi e gli altri, con la nostra storia, passioni e pregiudizi. Tutto diventa più difficile, lento e complicato, ma anche più vero, perché legato alla verità delle persone e delle relazioni. La storia passata ha un peso ancora molto importante in Terra Santa. Inoltre da noi le distanze sono ravvicinatissime. Scazzottate, tensioni e incomprensioni sono perciò inevitabili. E tuttavia non è da lì che dobbiamo partire. Insieme riusciamo a fare tantissime cose. Non c’è soltanto incomprensione».

Il cimitero ebraico di Gerusalemme.
Il cimitero ebraico di Gerusalemme
(foto Vision/Periodici San Paolo).

  • Il tema della libertà di culto e d’azione dei cristiani in Medio Oriente viene spesso strumentalizzato da questa o quella fazione. Dobbiamo rassegnarci?

«Non parlo mai volentieri di questo tema, che pure è una questione reale, proprio per questa ragione, che come parli sei strumentalizzato. Se cerchi di essere equilibrato allora non sei né dell’uno né dell’altro. Non si può dire che in Medio Oriente – ma non conosco bene il caso Iran – vi siano legislazioni o società che contrastano la libertà di culto a livello di principio. Sul piano pratico però è molto diverso in tutti i Paesi, eccettuata forse la Giordania. In Terra Santa il tema si presta ai giochi dell’uno e dell’altro. C’è un po’ di verità in tutte le parti. È vero che in Israele non ci sono mai stati grossi problemi per la libertà di culto degli arabo-cristiani, ma è anche vero che le restrizioni alla libertà di movimento affliggono anche la comunità cristiana. È vero che a Gaza non ci sono persecuzioni dei cristiani locali, ma è anche vero che non è più facile come un tempo. Aggiungo che in Israele la situazione dei luoghi santi cristiani non è ben definita ed è di difficile definizione. Il negoziato in corso tra Santa Sede e Israele verte anche sullo status dei luoghi santi. Oltre alla libertà di accesso e di culto, ci sono in gioco la libertà di gestione e di amministrazione e il pericolo di eventuali espropri. In sintesi direi che in tutto il Medio Oriente, per tantissime ragioni, ai cristiani non è facile esprimere pubblicamente la propria vita di fede».

Una suora nella grotta della Chiesa della Natività a Betlemme.
Una suora nella grotta della Chiesa della Natività a Betlemme

(foto N. Shiyoukhi/
AP/La Presse).

  • Le trattative diplomatiche in corso da quasi 15 anni tra Israele e Santa Sede sembrano annose ed estenuanti. Quali sono gli scogli insormontabili?

«Sempre quelli: la questione fiscale, lo status dei luoghi santi e la questione del Cenacolo. Sui primi due temi, non è tanto questione di quantità, ma di visione, di principio. Su questo piano è evidente che siamo ancora piuttosto distanti. Prima o poi si dovrà giungere a una soluzione, ma l’importante è che non sia una soluzione pasticciata. Serve una conclusione buona, se non è buona meglio non forzare il passo».

  • Il Cenacolo, sul Monte Sion a Gerusalemme, storica sede del custode di Terra Santa, voi francescani lo rivendicate da almeno cinque secoli, e cioè da quando i governanti musulmani vi costrinsero a lasciarlo. Ora che l’interlocutore è Israele, che speranze avete?

«Il Cenacolo è il luogo santo al quale aspiriamo da secoli e che ancora manca alla lista dei luoghi santi custoditi dalla Chiesa. Quello che posso dire ora è che non perderemo occasione per ribadire questa richiesta. Resta però una questione oggettivamente difficile (da qualche decennio nell’edificio, che racchiude una sepoltura che taluni collegano al biblico re Davide, si sono installate una scuola rabbinica e altre realtà ebraiche, ndr)».

Fedeli a Betlemme, nella Chiesa della Natività, il luogo dove si ritiene sia nato Gesù.
Fedeli a Betlemme, nella Chiesa della Natività, il luogo dove si ritiene
sia nato Gesù
(foto M. Muheisen/AP/La Presse).

  • Veniamo al tema, più in generale, del rapporto tra i cattolici e il popolo ebraico. A che punto siamo del cammino?

«Ci conosciamo ancora poco. Non siamo nella fase di costruire qualcosa insieme, ma ancora un passo indietro, alla fase del demolire i muri delle diffidenze e dei pregiudizi reciproci. Le polemiche che ricorrono sono un chiaro sintomo del fatto che le paure e i pregiudizi non sono ancora estinti, da ambo i lati. Finora abbiamo lavorato molto nei circoli chiusi, che pure sono importanti. Bisogna fare di più per coinvolgere le nostre società, ma non so come. Anche in questo, purtroppo, gioca un ruolo il conflitto (israelo-palestinese). Dico purtroppo perché sarebbe meglio che non fosse così. Dire "dobbiamo dialogare con gli ebrei" viene letto come avallare Israele che occupa i Territori Palestinesi. Non è così, ma è così che viene interpretato. E tutto si complica».

  • Il dialogo ebraico-cristiano è necessario solo ai cristiani?

«Direi proprio di no. Ci apparteniamo a vicenda. Siamo necessari gli uni agli altri. Ci apparteniamo storicamente, perché abbiamo origini comuni e siamo più vicini di quanto sembri. La storia degli ultimi duemila anni, con tutte le sue contraddizioni, ci lega e deve continuare a farlo, anche se in modo diverso che in passato. Abbiamo anche un patrimonio culturale, etico, morale comune, da difendere e da proporre al mondo cosiddetto laico. È meglio non andare in ordine sparso. Penso che gli ebrei dovrebbero tener presente che nonostante i duemila anni di difficoltà, una parte di noi è legata a loro. Anche se loro non vogliono e non ne sentono il bisogno, non possono "amputare" quella parte».

Un gruppo di suore al Muro occidentale, nella città vecchia di Gerusalemme.
Un gruppo di suore al Muro occidentale, nella città vecchia di Gerusalemme

(foto M. Hitij/
AP).

  • Il tema dell’ebraicità di Gesù lo si sta pian piano recuperando anche a livello di base. Ma in fondo Gesù non resta comunque una pietra di inciampo nel dialogo tra cattolici ed ebrei?

«Gesù ci unisce e ci separa allo stesso tempo. Riscoprire l’ebraicità di Gesù è fondamentale per noi cristiani, perché se non accetti questo aspetto neghi l’incarnazione. Fai di Gesù un idolo astratto, teorico, mentre è invece una persona concreta, legata a una precisa realtà. Non possiamo negare l’incarnazione né l’ebraicità di Gesù. Questo ci fa riscoprire l’ebraismo, il quale non ama essere funzionale a un bisogno del cristiano, non vuole essere ridotto a una funzione. Ciò lo irrita molto e direi anche giustamente. Gesù ci divide, forse, a livello istituzionale. Diventa certamente difficile discutere tra Chiesa e rabbinato su Gesù. Sarebbe bello un giorno poterlo fare, senza scopi secondari di convincimento l’uno dell’altro, ma per il momento c’è ancora troppa paura. A livello di confronto interpersonale, invece, ciò è possibile e io l’ho trovato sempre affascinante».

  • Di cosa hanno bisogno i popoli che vivono in Terra Santa?

«Di una leadership più serena e capace di visioni per entrambe le parti. Hanno bisogno di ascoltarsi. Il muro di separazione è un simbolo di incomunicabilità, di incapacità a parlarsi e ascoltarsi reciprocamente, a cominciare dai leader. Il grosso della popolazione della Terra Santa non si conosce, non si ascolta, non si ama».

Giampiero Sandionigi

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