EUROPA
Austria: i vescovi
aprono ai divorziati
e riflettono sul celibato sacerdotale
La
condizione di "diaspora", in cui vivono oggi molti
cristiani, in una società sempre più secolare e segnata da crescenti
problemi economici, sociali e ambientali, dovrebbe essere vista come
un’opportunità per proporre un modello di vita alternativo, basato
sui valori cristiani: è questo il messaggio che il cardinale Christoph
Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza
episcopale austriaca, ha consegnato ai delegati dei consigli
parrocchiali di tutto il Paese, durante un incontro che si è tenuto
dal 12 al 15 maggio scorso. Dalla riunione è emersa la volontà dei
vescovi austriaci di elaborare nuove proposte per la pastorale di
separati e risposati. «Una commissione episcopale, diretta dall’arcivescovo
di Salisburgo, Alois Kothgasser, è già stata allestita; entro
la plenaria della Conferenza episcopale di novembre 2010 dovranno
essere presentate proposte concrete», ha detto Schönborn il 17
maggio in una conferenza stampa, insieme con il vescovo della Carinzia,
Alois Schwarz, riassumendo i risultati dell’incontro.
Monsignor Schwarz ha auspicato un approccio di «grande
sensibilità», che consideri i «diversi punti di vista», che la
Chiesa deve adottare per «poter trovare soluzioni» alla questione
dei separati e dei risposati, così come al «valore dato dalla Chiesa
alla sessualità, il sesso come dono» e il «ruolo della donna nella
Chiesa». Durante l’incontro – che si è tenuto al santuario
mariano di Mariazell – è stato affrontato anche il tema degli abusi
sessuali sui minori. Schönborn ha parlato di esperienze «molto
dolorose e opprimenti». Tuttavia, ha aggiunto, a Mariazell è emerso
anche che questa situazione può essere una «opportunità per
ripensare ai compiti fondamentali dei cristiani e della Chiesa».
A testimonianza della volontà della Chiesa di imparare dai propri
errori e di ascoltare le proposte che le arrivano, il cardinale ha
citato la cerimonia di riconciliazione con le vittime, che si è
tenuta durante la Settimana Santa nella cattedrale di Santo Stefano a
Vienna, su iniziativa del movimento Noi Siamo Chiesa. «Non
crediate», ha detto Schönborn ai delegati parrocchiali, «che noi
vescovi viviamo in un mondo dei sogni. Siamo tutti nella stessa barca
e ci fa bene dialogare onestamente e apertamente con voi. Avremo
bisogno di questa solidarietà se, come chiede il Concilio Vaticano II,
vorremo continuare a dialogare a viso aperto con il mondo».
Durante la conferenza stampa, il porporato ha anche risposto a una
domanda sulle parole di monsignor Paul Iby, vescovo di
Eisenstadt, che si era pronunciato a favore dell’abolizione del
celibato obbligatorio dei sacerdoti. Anche senza «condividere
necessariamente tutte le sue posizioni», è stata la risposta, «le
preoccupazioni espresse da monsignor Iby sono le nostre
preoccupazioni. È del tutto legittimo parlare di questi temi», ha
concluso, «e sono felice di vivere in una Chiesa dove c’è libertà
di espressione».
Alessandro Speciale
ITALIA
La Chiesa contro la corruzione:
educare le coscienze alla legalità
«Condivido
profondamente l’appello contro la corruzione lanciato al termine del
ciclo di incontri dedicati alle "5C", cioè Corruzione,
Competitività, Civiltà, Costituzione, Carità». Monsignor Adriano
Vincenzi, vice assistente nazionale dell’Ucid (Unione cristiana
imprenditori e dipendenti), non ha dubbi sulla necessità di un
impegno forte della Chiesa in favore della legalità a tutti i
livelli. Partecipando all’iniziativa organizzata dall’Ambriosianeum
e dalla Fondazione Corriere della Sera su un progetto dell’economista
Marco Vitale e del giornalista e presidente dell’Istituto, Marco
Garzonio, monsignor Vincenzi ha messo l’accento sul fatto che «la
Chiesa ha sempre parlato molto chiaramente sul tema della corruzione».
- Oggi, secondo lei, c’è bisogno di insistere ancora sulla
denuncia?
«Quello che avviene è sotto gli occhi di tutti. Credo però che
la Chiesa non abbia tanto bisogno di fare questa o quella denuncia. Il
suo compito è di indicare cosa è bene e cosa è male. Tenere viva
questa distinzione è un’azione che la Chiesa fa costantemente e,
per certi versi, mi sembra anche più forte del denunciare singoli
aspetti che non vanno. Anche se poi, evidentemente, c’è bisogno
anche di sottolineare alcuni temi negativi. Però mi sembra che la
grandezza della sua azione stia nel riconoscere il male e creare le
condizioni perché si possa superare lo stato negativo o le scelte
sbagliate che gli uomini compiono. Questo mi sembra un aspetto più
completo della singola condanna. Anche se poi, su alcune situazioni,
non manca la denuncia esplicita e forte. Ripenso, per esempio, al
commento che fece il Papa durante la via Crucis al Colosseo, quando
disse di "guardare al male e al peccato che abitano dentro di noi
e che troppo spesso fingiamo di ignorare". Sono parole di una
forza che quasi impressiona».
- Questo non significa però che la Chiesa debba stare in silenzio
di fronte a singoli gravi episodi.
«Credo che la denuncia singola o l’intervento nella pratica
spettino ai laici formati. La Chiesa deve fare in modo che non siano
avallati comportamenti negativi e che non sia dato spazio al male come
tale. Il grande servizio che la Chiesa deve fare è quello di tenere
desta la coscienza perché il male non sia sopportato con indifferenza
o addirittura considerato, in qualche occasione, una cosa conveniente».
- Per tornare al tema delle cinque C: gli organizzatori dicono che
quando la corruzione è così diffusa, mina la competitività,
attacca il modello di civiltà, disgrega il patto democratico
della nostra Costituzione e spegne il sentimento di carità,
riportandoci in uno stadio primitivo di lotta di tutti contro
tutti. Di fronte a questo scenario, che cosa può fare la Chiesa?
«Ritornare all’educazione delle coscienze. Questo è l’aspetto
prioritario che dobbiamo curare con forza. La situazione di oggi mi
sembra oggettivamente difficile, non bisogna fare sconti. Ma dobbiamo
tornare a pensare su tempi lunghi. Quando dico questo, mi viene
obiettato di annacquare un po’ tutto. Io invece penso che sia
fondamentale formare le coscienze e dare alle persone una struttura
che consenta loro di affrontare poi le situazioni nei casi concreti.
Senza questa formazione c’è una fragilità – dal punto di vista
morale ed etico – che ci espone a qualsiasi rischio».
- La malavita organizzata sembra sempre più pervasiva nel campo
economico e sociale. Si parla di una nuova Tangentopoli, ma la
reazione non pare così forte. È una impressione? E come
comportarsi?
«Credo che sia importante una risposta comunitaria, che coinvolga
le istituzioni e la società civile. Anche la Chiesa deve fare la sua
parte. Ripeto, il nostro compito è soprattutto di formazione, che non
esclude la denuncia. Anzi, la nostra è una denuncia che si può fare
perché abbiamo la speranza che le cose possano cambiare. Ma per
fondare la speranza bisogna anche serenamente recuperare il discorso
di Dio».
a.v.
AMERICA DEL NORD
Anglicani:
si allarga la frattura
Scintille
tra gli anglicani. Il nodo dell’omosessualità approfondisce la
frattura tra il primate Rowan Williams e la Chiesa
episcopaliana, branca statunitense della Comunione anglicana. A maggio
gli episcopaliani hanno ordinato ausiliare di Los Angeles il secondo
presule dichiaratamente gay, Mary Glasspool. Quando c’era
stata la prima ordinazione, sette anni fa, la nomina di Gene
Robinson a vescovo del New Hampshire aveva suscitato le proteste
dei fedeli più conservatori. Rowan Williams, arcivescovo di
Canterbury e leader spirituale degli ottanta milioni di anglicani
sparsi in tutto il mondo, aveva fatto appello a una moratoria delle
ordinazioni gay per evitare ulteriori fibrillazioni. Gli episcopaliani,
però, non si sono fermati.
Williams, a maggio, ha minacciato di espellere gli anglicani
nordamericani dagli organismi impegnati nel dialogo ecumenico. A
stretto giro di posta è arrivata la netta replica della leader
episcopaliana. «Il controllo unitario non caratterizza l’anglicanesimo»,
ha scritto la vescova Katharine Jefferts Schori in una lettera
inviata a inizio giugno ai suoi due milioni di fedeli. In discussione,
per la leader degli episcopaliani statunitensi, non è soltanto la
questione dell’omosessualità, ma piuttosto il tema del pluralismo e
dei rapporti tra centro e periferia di una Chiesa costituita da 44
Chiese regionali, nella quale il primate svolge solo un ruolo di primus
inter pares. Imporre l’unità, scrive Schori, rischia di
ripetere la «violenza spirituale» del colonialismo missionario
britannico. «Siamo molto preoccupati che continui un atteggiamento
coloniale», aggiunge la vescova nel suo intervento, «e che in
particolare si tenti di imporre una singola concezione a vari contesti
e culture».
Nonostante queste parole, pochi giorni dopo, come promesso, è
arrivata però la "punizione" da parte di Rowan Williams: il
segretario generale della Comunione anglicana, Kenneth Kearon,
ha annunciato la sospensione della Chiesa episcopaliana dagli
organismi che si occupano di dialogo con le altre confessioni
cristiane.
Nel frattempo la fronda anti-Canterbury si allarga oltre gli Stati
uniti. La Chiesa anglicana canadese ha deciso di non vietare la
benedizione delle coppie omosessuali nonostante le pressioni di
Williams. «Ne discuteremo ancora», ha dichiarato l’arcivescovo
primate Fred Hiltz.
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Brasile: la
Commissione pastorale
per la terra contro i latifondisti
La
realizzazione, in settembre, di un referendum autogestito che chieda
alla popolazione di pronunciarsi sull’introduzione di un limite
massimo alla proprietà fondiaria, con lo scopo di «farla finita col
latifondo». Questa decisione ha concluso il III Congresso nazionale
della Commissione pastorale della terra (Cpt), organismo dipendente
dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), cui hanno
preso parte oltre 700 persone, tra cui quattro vescovi. Al centro dell’incontro
la necessità di fermare l’avanzata del modello agroesportatore che
cancella biomi e comunità umane e di valorizzare la diversità di etnie
e i modi di relazionarsi con la terra che caratterizzano le aree rurali
del Paese.
I partecipanti hanno denunciato «l’impressionante potenza dei
grandi progetti che, in nome di una malintesa crescita, espellono popoli
tradizionali dai loro territori e degradano l’ambiente con dighe
idroelettriche, impianti minerari, ferrovie, deviazione di fiumi,
monocolture, deforestazione». Al tempo stesso hanno parlato della
possibilità di «vivere coi diversi ecosistemi senza distruggerli
coltivando un rapporto di rispetto e fratellanza con gli esseri viventi
e la madre terra», per esempio con lo sviluppo dell’agricoltura
biologica. «Dobbiamo preservare e lottare per i nostri territori,
poiché indigeni e quilombolas (discendenti dagli schiavi
africani fuggiti dalle piantagioni, ndr) sono minacciati e privati del
diritto alla terra. Inoltre molti vogliono distruggere la biodiversità,
investendo nella produzione di cibi transgenici che interessano molto
alle transazionali», ha sintetizzato il presidente della Cpt, monsignor
Ladislau Biernaski, vescovo di São José dos Pinhais.
Hanno incoraggiato il dibattito i dati del 25° rapporto della Cpt su
Conflitti agrari in Brasile. L’anno scorso i conflitti sono
stati 1.184 contro i 1.170 di quello precedente, con un incremento
considerevole in quelli riguardanti il possesso della terra (854
rispetto a 751). Gli assassinii sono calati da 28 a 25, ma i tentati
omicidi sono aumentati da 44 a 62, le minacce di morte da 90 a 143,
senza contare che oltre 9 mila famiglie (da meno di 7 mila) hanno subito
intimidazioni. Nel mirino dei killer al soldo dei latifondisti e della
polizia sono finiti anche operatori della Cpt, con in testa suor Leonora
Brunetto, della Congregazione delle suore del Cuore immacolato di
Maria e responsabile della Cpt ad Alta Floresta, nel Mato Grosso,
distintasi nella denuncia del lavoro schiavo, del disboscamento e dell’invasione
illegale di terre demaniali da parte dei fazendeiros, e padre Clemir
Batista, impegnato ad accompagnare le comunità quilombolas nel
Maranhão.
La violenza non ha fermato i movimenti bracciantili: le occupazioni
di terre sono cresciute da 252 a 290, con un coinvolgimento complessivo
di 4.176 famiglie contro le 2.755 del 2008. Tale incremento degli
scontri si è inserito in un contesto segnato dalla crescente
criminalizzazione dei movimenti sociali da parte del Parlamento – col
moltiplicarsi di iniziative legislative volte a ostacolarne l’iniziativa
– e del potere giudiziario, tanto che il presidente del Supremo
tribunale federale, Gilmar Mendes, li ha accusati di compiere
azioni illegali e ha criticato l’esecutivo per aver erogato loro
finanziamenti pubblici.
Questo ha legittimato lo sgombero di oltre 12 mila famiglie
contadine. Intanto è divenuta evidente la priorità assegnata dal
Governo all’agrobusiness e alla costruzione di infrastrutture
(dighe, arterie di comunicazione, ecc.), nel quadro di un progetto
economico tecnocratico che garantisce enormi profitti alle imprese
nazionali e straniere. Secondo padre Dirceu Fumagalli, membro del
coordinamento nazionale della Cpt, «i grandi progetti sono collegati
tra loro. La centrale idroelettrica Belo Monte, per esempio, è
collegata ad autostrade, ferrovie, con l’attività mineraria e con la
coltivazione di eucalipto». Non a caso, secondo il geografo docente
dell’Università federale fluminense e consulente della Cpt, Carlos
Porto-Gonçalves, «gli Stati che mostrano i maggiori indici di
violenza sono quelli in cui è più sviluppata la monocoltura destinata
all’esportazione, cioè il Mato Grosso e il Mato Grosso do Sul».
Perciò il suo collega dell’Università statale paulista, Eduardo
Girardi, afferma che «la diminuzione della violenza nelle campagna
passa necessariamente per la riforma agraria».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Guinea
Un futuro di pace
«La
Guinea ha sete di democrazia. In particolare i giovani che usano i
nuovi media e che sono in grado di osservare il mondo. Oggi non è
possibile tenere un intero popolo nell’ignoranza». Così si è
espresso El Hadj Mamadou Saliou Sylla, vicepresidente del
Consiglio nazionale di transizione, in occasione della firma dell’Appello
di Roma per il futuro della Guinea, lo scorso 28 maggio. L’iniziativa,
promossa da Sant’Egidio, ha radunato in Italia 21 rappresentanti
politici della Guinea, che si sono impegnati a preparare riforme
costituzionali e legislative e a garantire un futuro di pace al Paese.
Nel dicembre 2008, la giunta militare aveva preso il potere in seguito
alla morte del presidente Lansana Conté.
ASIA
Shenzhen:
suicidi alla Foxconn,
anche gli operai cattolici protestano
N ei
primi cinque mesi di quest’anno 13 suicidi o tentati suicidi sono
avvenuti tra i giovani operai di una fabbrica della Foxconn nella
città di Shenzhen, in Cina. La notizia ha attirato l’attenzione
della stampa nazionale e internazionale e indotto le autorità statali
e locali ad aprire delle inchieste. Nella metropoli della provincia
meridionale di Guangdong, i 400 mila dipendenti della Foxconn –
gigante del settore dell’elettronica e della telefonia mobile con
sede a Taiwan – sono quasi tutti immigrati che hanno lasciato la
Cina rurale ancora depressa per sciamare verso la costa orientale,
dove si concentrano i principali poli del miracolo economico cinese.
Tra i lavoratori non mancano i cattolici. Anch’essi scossi dall’ondata
di suicidi, lamentano poca attenzione ai loro problemi da parte della
Chiesa locale. Una trentina di loro ha scelto perciò di dar vita a
una rete di auto-aiuto online. Le vita in fabbrica è aspra e
non lascia molto tempo libero: si parla di turni di 12 ore di lavoro,
con pause di mezz’ora per il pasto, rigida gerarchizzazione nei
rapporti e ferrea disciplina ovunque, anche nei dormitori comuni e in
mensa. Spesso si lavora anche la domenica e ciò rende impossibile
agli operai partecipare con regolarità alle attività delle
parrocchie, dalle quali si aspetterebbero qualche sforzo in più.
Shenzhen, d’altronde, è un gigante non facile per nessuno. La
città gemella di Hong Kong, da cui dista pochi chilometri, solo 30
anni fa era ancora un borgo di pescatori con 20 mila abitanti. Nel
1978 a Pechino decisero di farla diventare zona economica speciale,
per attirare investimenti e creare posti di lavoro a basso costo per
le aziende. Così Shenzhen è diventata la quinta città al mondo in
termini di densità di popolazione: i suoi 14 milioni di abitanti si
assiepano in 17 mila per chilometro quadrato.
I cattolici sono una piccolissima goccia: 30 mila persone. Non c’è
una diocesi locale. Nient’altro che due chiese, una cappella e sei
stazioni missionarie. I sacerdoti sono sei, inviati con incarico
triennale da altre zone del Paese, in particolare da Pechino. Il
lavoro pastorale è reso difficile dall’elevata mobilità dei fedeli
e dal frequente avvicendarsi dei preti. I quali però ammettono che si
potrebbe fare di più e mobilitare le energie dei fedeli in favore
degli operai. Da parte sua, la dirigenza della Foxconn nega che le
condizioni di vita nelle sue fabbriche siano più dure che altrove in
Cina. A inizio giugno, comunque, ha concesso un aumento salariale del
30% agli addetti alle catene di montaggio e s’è dichiarata
disponibile a versare somme consolatorie alle famiglie di chi si è
tolto la vita senza considerarle però indennizzi dovuti.
Giampiero Sandionigi
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